Antonio Pavan, una vita da presidente

Antonio Pavan, una vita da presidente

In attesa di vedere nuovamente la squadra sui campi di gara, a parlare è il presidente del team, entrato nella mountain bike dapprima come sponsor, poi al vertice di una squadra con un percorso punteggiato da grandi gioie.

Quella di Pavan Free Bike è una storia bellissima, fatta di tante vittorie che la diffusione del virus Covid-19 e la sospensione di ogni attività, improvvisamente ha fermato. Anche la stagione appena iniziata si annunciava particolarmente ricco di risultati di grande spessore, con un nuovo gruppo di atleti che ha accresciuto in qualità la formazione 2020, passata negli ultimi anni da un team di buon livello ad un team vincente.

Una storia di successi che ha avuto inizio nel 1991 e, grazie alla collaborazione negli ultimi anni con un pool di preziosi sostenitori, ha ottenuto ottimi risultati sul piano sportivo come su quello dell’immagine. Dietro a tutto questo un presidente di successo nella vita come nello sport, Antonio Pavan, stimato gioielliere e gemmologo con una grande passione, la mountain bike.

Ciao Antonio, come è la situazione attuale di Pavan Free Bike?
Come per tutti la situazione è sospesa in un limbo, siamo partiti nella prime gare con un grande entusiasmo per poi dover sospendere tutte le attività, compreso l’allenamento. I miei ragazzi all’inizio erano molto irrequieti e scalpitavano in attesa delle gare, poi tutti ci siamo resi conto che le priorità erano altre e l’annata di gare si dovesse ridimensionare. Speriamo che nel secondo semestre si possa dare fuoco alle polveri perché abbiamo molte aspettative.

Il tuo nome è indissolubilmente legato a quello della squadra. Com’è nata la tua passione per la mountain bike e quindi Pavan Free Bike?
Il tutto inizio in un oratorio nella seconda metà degli anni 80, sotto la spinta del parroco che vedendo un gruppetto di ragazzi non coinvolti dal solito calcio, ha pensato di metterli i bicicletta. La società ha da subito portato il mio nome perché ero l’unico sponsor, dapprima solo coinvolto, poi sempre più spinto dalla passione. Era obbligatorio farsi trovare davanti al negozio tutte le domeniche mattina, allora le gare riservate alla mountainbike erano semplici raduni, fortuna vuole che tra i nostri ragazzi ci fosse qualcuno che pedalava forte e i risultati non sono mancati. Presi dall’entusiasmo abbiamo organizzato la prima gara, la Granfondo Valle del Lambro, 55 km tra i sentieri di più 40 comuni della Brianza che è arrivata fino al 1996 a quattro edizioni.

E poi è arrivata la fase 2.0?
Trascorsi tra esperienze diverse i primi 15 anni, ci siamo gemellati con una società strada monzese, arrivando fino a 60 soci. Abbiamo partecipato alle prove mondiali di Bassano del Grappa e dell’Isola d’Elba, fatto una delle prime Transalp, abbiamo anche vinto con Paola Bonacina nel 1999 il nostro primo titolo tricolore e siamo stati l’unica società sportiva ammessa a portare la bicicletta nelle scuole di Monza e Lissone, realizzando una delle prime scuole per bambini dai 6 ai 12 anni, poi ceduta all’MTB Increa di Brugherio.

Come ritieni sia cambiata negli ultimi anni la filosofia della società?
La ricerca di nuovi stimoli mi ha sempre trovato pronto e disponibile: quando è arrivato in Italia il single speed, abbiamo organizzato un Campionato Italiano. Erano gli inizi del secondo decennio del 2000 e avevamo in squadra alcuni atleti che si distinguevano, mentre molti altri partecipavano solo per divertirsi, tutto questo mi stava stretto, avevamo bisogno di emergere. Il cambiamento ci è costato la perdita di più della metà dei 100 soci, allora qualcuno ci dava per spacciati, invece la scelta è stata vincente e tra i pochi rimasti, i migliori ci davano risultati straordinari. Anno dopo anno abbiamo cercato di trovare atleti meritevoli del nostro entusiasmo e del nostro sacrificio e devo dire che siamo ampiamente ripagati. E dal momento che penso a chi e meno fortunato di noi, nella nostra società abbiamo anche un settore per l’accompagno in tandem di persone non vedenti.

Quali sono i ricordi più felici e quelli più amari da dirigente?
In trenta anni sono stati più i momenti belli che quelli brutti, ricordo tante gite sociali che hanno fatto la differenza, come all’Isola d’Elba e a Montalcino e più recentemente i giorni che passiamo in Francia alla Roc d’Azur che sono sempre giornate di festa. In questa occasione il mio cuore batte più forte di quello degli atleti in gara, è una grande emozione vedere in gara i miei ragazzi con più forti al mondo.
L’amarezza più grande è invece quando qualcuno lascia il club senza un saluto, è scontato che qualcuno ci lasci, ma farlo senza un briciolo di riconoscenza è proprio deludente, trovo sia deplorevole andarsene come dei ladri senza salutare.

Credi che a distanza di 30 anni, l’essenza della squadra si sia mantenuta, nonostante tutto?
Si. Sono convinto che quest’anno siamo una tra le più forti e più complete squadre amatoriali in Italia, ma purtroppo in questo momento non ci e permesso dimostrarlo, sono sicuro che alle prime occasioni daremo una conferma a quanto sostengo. Punteremo su quello che ci sarà permesso dal calendario, sicuramente alle competizioni più importanti come Campionato Italiano, Europeo e Mondiale.

A livello strutturale siete riusciti a trovare il giusto assetto tra amatori e attività giovanile?
Il responsabile dei giovani a fine 2019 era un pò deluso dalle prestazioni di alcuni ragazzi, abbiamo rinnovato anche questo settore puntando su una maggiore qualità, qualcuno in meno per avere qualche risultato in più.
Ognuno dei due responsabile di settore impegna molto del proprio tempo libero e anche qualche soldino, per mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare, nella nostra società nessuno guadagna, veniamo però ripagati con tante e belle soddisfazioni.

Cosa ne pensi del movimento giovanile in Italia?
Si vedono molti giovani sopratutto nelle categorie Esordienti e Allievi, già nella categoria Junior mi sembra avvenga un diradamento, a questo proposito ho fatto alcune osservazioni alla Federazione riguardanti le partenze dei giovani nelle competizioni importanti. Trovo poco corretto far partire in una competizione nazionale 120 ragazzi tutti assieme, è ovvio che dalla meta dello schieramento in giù non hanno nessuna possibilità di emergere. Spero che a questo proposito facciano una riflessione. Per quanto ci riguarda, il responsabile dei giovani segue le possibili acquisizioni e non avendo un vivaio nostro dobbiamo cercare in altre società.

Un sogno nel cassetto?
Riuscire a vincere tutte le maglie in un solo anno, potrebbe essere questo: Campione Italiano, Europeo, Campione del Mondo, sarebbe magnifico. Quest’anno ce la possiamo fare, io ci credo e so che alcuni dei miei ragazzi ce la possono fare. Concludo dicendo che lo sport è la cosa minore nella situazione che stiamo attraversando, in questo momento, in particolare le persone a cui regalare il massimo sostegno sono i medici, gli infermieri, i ricercatori, le forze dell’ordine che stanno lottando contro il Coronavirus, dobbiamo dire grazie a tutti loro, poi noi in qualche modo ripartiremo.